giovedì 15 aprile 2021

BOCCE ROSSE SE NO NON C'E' PARTITA

 Un dopoguerra partigiano

“Una jeep americana ci passò accanto. I poliziotti ci urlarono qualcosa che non capimmo. Scesero con il bastone alzato, ci fecero cenno di toglierci i fazzoletti rossi”: scrive Mario Spinella, resistente toscano, fissando in una immagine la sorda angoscia della smobilitazione partigiana, che rende “scialbo e cupo contro il verde degli alberi anche il colore delle nostre bandiere per tanti anni nascoste nelle cantine e nei sottoscala” ( cit. Mario Spinella “Memorie della Resistenza”)    

Renato no. Né scrive, nè racconta. Al tristo dopoguerra italiano oppone il suo silenzio. Lui, in cerca di lavoro, tornato da partigiano - 87° brigata garibaldina Crespi, Terza Divisione Aliotta - si arruola in polizia. Resta due anni. E sono anche troppi: ampiamente sufficienti per capire che non è posto per lui. Per i fascisti e i repubblichini invece si. Perché nei ranghi della polizia, vicini al cuore dello stato repubblicano, essi sono stati ampiamente reintegrati. Renato non li ha contati, i fascisti. Ma sono tanti.

mercoledì 14 aprile 2021

FERRUCCIO, CHE CAMMINA E STA PER ESSERE AMMAZZATO

In occasione del convegno "Riforme rivoluzione guerra civile. Ferruccio Ghinaglia e il suo tempo" piattaforma Collegio Ghslieri 21 aprile 2021 ore 9.30 propongo una riflessione, a firma mia e di Luca Casarotti.       Decapitare le avanguardie, eliminare nella fragile materia dei loro corpi gli organizzatori degli scioperi contadini e delle occupazioni operaie, togliere agli sfruttati la guida di chi in capo ad essi prende la parola, e leva il vessillo dell’internazionalismo, perché la patria dei lavoratori è il mondo. Sono queste le volontà, e le parole d’ordine che armano la mano degli squadristi che cento anni fa, 21 aprile 1921, uccidono sul Ponte coperto Ferruccio Ghinaglia, ventenne studente di medicina del collegio Ghislieri, primo responsabile pavese del partito nato a Livorno nel gennaio 1921.

sabato 10 aprile 2021

AMO IL TUO PASSO

 

Amo il tuo passo che frantuma la crosta terreste e mi è di guida mentre percorriamo l' asse del pianeta, che ora trema e vacilla.

11 APRILE 1987

L’uomo che muore, laggiù al fondo della tromba delle scale della sua casa di Corso Re Umberto 75, a Torino, l’11 aprile 1987 ha nome Primo Levi e un numero, 174517, tatuato sull’avambraccio sinistro. È un chimico e uno scrittore. Quarantadue anni prima, dopo una odissea di alcuni mesi, larga parte dei quali penosamente percorsi a piedi sulle devastate strade d’Europa, era tornato vivo dal lager di Auschwitz. Vi era stato deportato nel febbraio ’44, in quanto “non uomo” infetto e inferiore, perché di “razza” ebraica, come andavano recitando le norme dello stato fascista. Nei primi mesi dopo la Liberazione del campo da parte delle truppe sovietiche, nella sua casa di Torino, di getto Levi aveva scritto il suo testo più noto, “Se questo è un uomo” – testimonianza radicalmente asciutta, delle modalità di vita, sonno, veglia, lavoro, relazioni, morte nel lager. Tanto forte agì l’imbarazzato processo di collettiva rimozione dell’universo concentrazionario, che il libro, rifiutato da alcuni grandi editori, fra cui Einaudi, venne stampato, in prima edizione (1947), da una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli. Ma Levi non è stato soltanto il “testimone” dell’inferno.

lunedì 29 marzo 2021

PARTIGIANI, IL GIORNO DOPO

La Repubblica italiana gli scrive nell’aprile 1957; nell’algido linguaggio della burocrazia gli comunica l’apertura di una inchiesta formale a suo carico, convocandolo presso il distretto militare della sua città, Verona, per rispondere di “azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, agendo in correità con altri, che hanno cagionato mediante fucilazione la morte” di alcuni gerarchi fascisti. Renato Tisato ha 37 anni; laureato in filosofia a Bologna nel novembre 1940 e, nel 1949, entrato nei ruoli della scuola pubblica, quell’anno insegna storia e filosofia all’Istituto Cairoli di Pavia, dopo essere stato supplente a Verona, Rovigo, Voghera. Non sappiamo con quale animo egli legga la lettera raccomandata a firma del Ten. Col. Vincenzo Feo, recapitatagli tramite il Provveditorato agli Studi di Pavia.  

Renato Tisato 

lunedì 22 marzo 2021

UN PARTIGIANO A DONGO

La storia di Renato Codara, detto Codaro, partigiano di Belgioioso, prescelto per la missione di Dongo nella pubblicazione curata da Attilia Zanaboni e Enzo Paravella. E' immaginando Renato nel tristo dopoguerra italiano che ho scritto la mia prefazione al libro. Eccola.

“Dovemmo buttare le armi come un esercito di vinti, nell’aria si sente già puzzo di restaurazione” ( cit. Nuto Revelli partigiano piemontese  ). 

“Una jeep americana ci passò accanto, I poliziotti ci urlarono qualcosa che non capimmo, scesero con il bastone alzato ci fecero cenno di toglierci i fazzoletti rossi” (cit. Mario  Spinella,partigiano toscano )

martedì 16 marzo 2021

OMAGGIO A SARAMAGO

"Se il comunismo è un sogno " sono i sogni che trattengono il mondo nella sua orbita" - scrive Jose Saramago, comunista libertario, Premio Nobel letteratura 1998, l'indimenticato, e indomito, scrittore che narra come vivano e muoiano i lavoratori sfruttati