Un dopoguerra partigiano
“Una jeep americana ci passò accanto. I poliziotti ci urlarono qualcosa che non capimmo. Scesero con il bastone alzato, ci fecero cenno di toglierci i fazzoletti rossi”: scrive Mario Spinella, resistente toscano, fissando in una immagine la sorda angoscia della smobilitazione partigiana, che rende “scialbo e cupo contro il verde degli alberi anche il colore delle nostre bandiere per tanti anni nascoste nelle cantine e nei sottoscala” ( cit. Mario Spinella “Memorie della Resistenza”)
Renato no. Né scrive, nè racconta. Al tristo dopoguerra italiano oppone il suo silenzio. Lui, in cerca di lavoro, tornato da partigiano - 87° brigata garibaldina Crespi, Terza Divisione Aliotta - si arruola in polizia. Resta due anni. E sono anche troppi: ampiamente sufficienti per capire che non è posto per lui. Per i fascisti e i repubblichini invece si. Perché nei ranghi della polizia, vicini al cuore dello stato repubblicano, essi sono stati ampiamente reintegrati. Renato non li ha contati, i fascisti. Ma sono tanti.
