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lunedì 29 marzo 2021

PARTIGIANI, IL GIORNO DOPO

La Repubblica italiana gli scrive nell’aprile 1957; nell’algido linguaggio della burocrazia gli comunica l’apertura di una inchiesta formale a suo carico, convocandolo presso il distretto militare della sua città, Verona, per rispondere di “azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, agendo in correità con altri, che hanno cagionato mediante fucilazione la morte” di alcuni gerarchi fascisti. Renato Tisato ha 37 anni; laureato in filosofia a Bologna nel novembre 1940 e, nel 1949, entrato nei ruoli della scuola pubblica, quell’anno insegna storia e filosofia all’Istituto Cairoli di Pavia, dopo essere stato supplente a Verona, Rovigo, Voghera. Non sappiamo con quale animo egli legga la lettera raccomandata a firma del Ten. Col. Vincenzo Feo, recapitatagli tramite il Provveditorato agli Studi di Pavia.  

Renato Tisato 

sabato 9 gennaio 2021

COMUNISTI, UNA STORIA D'AMORE

Mio padre chiamava il Partito Comunista Italiano “il vecchio bisonte”. Ad indicarne la lentezza ma anche la possente stabilità che, ancorata nel tempo eroico della rivoluzione d’ottobre, dispiegando sé stessa, prima o dopo, avrebbe conquistato una società senza classi; e, sottraendo ai pochi detentori la proprietà privata dei mezzi di produzione, avrebbe liberato gli uomini dallo sfruttamento e dalla alienazione. Io amavo mio padre; senza mai, nemmeno una volta, avendone avuto timore, né tantomeno rispettando in lui l’autorità. Perché di autorità patriarcale, mio padre - uomo limpido e lieto - era completamente e fortunatamente privo. Il “vecchio bisonte comunista” amato da mio padre era l’esatto opposto del Minotauro divorante della leggenda che avrei studiato anni dopo. Il vecchio bisonte non si mangiava né giovinette né uomini. Ma regalava alla loro vita una luce d’orgoglio che li rendeva più forti.