L’uomo che muore, laggiù al fondo della tromba delle scale della sua casa di Corso Re Umberto 75, a Torino, l’11 aprile 1987 ha nome Primo Levi e un numero, 174517, tatuato sull’avambraccio sinistro. È un chimico e uno scrittore. Quarantadue anni prima, dopo una odissea di alcuni mesi, larga parte dei quali penosamente percorsi a piedi sulle devastate strade d’Europa, era tornato vivo dal lager di Auschwitz. Vi era stato deportato nel febbraio ’44, in quanto “non uomo” infetto e inferiore, perché di “razza” ebraica, come andavano recitando le norme dello stato fascista.
Nei primi mesi dopo la Liberazione del campo da parte delle truppe sovietiche, nella sua casa di Torino, di getto Levi aveva scritto il suo testo più noto, “Se questo è un uomo” – testimonianza radicalmente asciutta, delle modalità di vita, sonno, veglia, lavoro, relazioni, morte nel lager. Tanto forte agì l’imbarazzato processo di collettiva rimozione dell’universo concentrazionario, che il libro, rifiutato da alcuni grandi editori, fra cui Einaudi, venne stampato, in prima edizione (1947), da una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli.
Ma Levi non è stato soltanto il “testimone” dell’inferno.