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venerdì 23 aprile 2021

NICHELINO

 ESTATE 1945/APRILE 1948: storia di un partigiano gappista.

Andammo, mio padre e io, da un compagno partigiano, e mio padre suonò all’uscio affacciato sulla strada di Nichelino. Era una sera calda e chiara; in lontananza sentivamo camionette e musica da ballo. La guerra civile era finita da poco; se mai una guerra civile può dirsi finita. Io avevo cinque anni; avevo portato con me alcune scatole vuote di cerini di mio padre. Mentre mio padre e l’uomo sostavano all’ingresso, mi sedetti sulla soglia, impilando le scatole una sull’altra e immaginando in ognuna di esse una stanza illuminata. Avevo inventato questo gioco durante le sere di coprifuoco, mentre aspettavo il ritorno di mio padre, e la vicina, cui ero affidata, passava dalla nostra stanza alla sua, per accudire anche i suoi, di bambini. Avevo cinque anni; vidi mio padre e l’uomo abbracciarsi, come, in quella estate, ne avevo visti altri, di partigiani, convulsamente stringersi l’uno all’altro. Mio padre e l’uomo presero a dirsi parole che creavano un vortice nello spazio tra loro e, pur rimanendomi ignote, capii che esse reclamavano un superstite diritto di sfuggire alla luce, per pudore rifugiandosi nell’ alone di una lampada affissa nel muro. Ad un chiodo era appeso uno scialle a rose lavorato a maglia, incompiuto; i punti della maglia privi di ancoraggio, pendevano sciolti, mescolati a fiocchi di polvere.